Il Festival di Baudo era davvero più bello?

Due visioni e aspettative dal Festival diverse. I tempi cambiano ma polemiche e azzardi sono uguali

Carlo Conti -

In 4 Festival di fila, record imbattuto di continuità sul palco dell’Ariston che lo stesso Carlo Conti ha più volte elegantemente ammesso con deferenza di voler rispettare, Pippo Baudo dal 1992 al 1996 ha cambiato la storia della musica italiana: con lui sono nati artisti come Andrea Bocelli, Nek, Irene Grandi, Giorgia, Laura Pausini, Gianluca Grignani, Gerardina Trovato, che hanno assicurato (e molti di loro assicurano ancora) lauti fatturati all’industria discografica.
Dei 3 Festival di Conti, invece, difficile ricordarsi un fenomeno che resterà nel tempo, capace di vendite altrettanto memorabili. Certo, sono cambiati i tempi, ma la qualità e il talento artistico si sono abbassati tragicamente. E questo non è certo imputabile al buon Carlo Conti.
Ma Pippo Baudo è un musicista, ottimo pianista, ha fiuto per le canzoni, tant’è che molti dei successi della musica italiana degli ultimi 40 anni sono transitati dai Suoi Sanremo.
Conti viene invece dalla radio, come Baudo è un ottimo conduttore televisivo, ma non dotato dello stesso intuito nel discernere le potenzialità dei brani che potrebbero rivelarsi un successo discografico intramontabile.  
Il direttore artistico di un festival musicale dev’essere dunque un musicista (come nel caso di Pippo Baudo), così come il primario di un reparto ospedaliero dev’essere un medico: e credo che il paragone renda bene l’idea, pur con rispetto di tutti.
A tal proposito, veniamo al dunque. Il Festival di Sanremo fa sempre notizia, questo è fuor di dubbio. Ma, alla luce di ben 67 edizioni, è arrivato il momento di fare qualche doverosa riflessione. Ecco allora pronto un decalogo di spunti oggettivi su cui riflettere.
In ordine crescente, lasciando al finale le chicche migliori. In tre edizioni consecutive di Sanremo a firma Carlo Conti, ben 11 artisti - il 50% del cast attuale, dunque - appaiono più volte, e con ruoli diversi. Chi sono? Eccoli: Marco Masini (due volte in gara, e una come autore del brano La borsa di una donna di Noemi); Nesli (due volte in gara); Alessio Bernabei (tre volte in gara, di cui due da solista e una con i Dear Jack); Dear Jack (due volte in gara: una con Alessio Bernabei, e una con il nuovo vocalist Leitner Riflessi, proveniente da X Factor); Fabrizio Moro (due volte in gara: una come autore del brano Finalmente piove di Valerio Scanu, una come Big); Clementino (due volte in gara); Annalisa (due volte in gara); Lorenzo Fragola (due volte in gara); Albano (due volte al Festival: una come superospite, una come Big); Albano (una volta come super ospite, una in gara). Si salva solo Amara, una volta in gara e una come autrice del brano della Mannoia, in quanto è una giovane autrice e cantautrice  capace fuori dai meccanismi propri della discography-system.
Possibile che per Carlo Conti la musica italiana sia sempre tutta qui, e ruoti sempre attorno agli stessi nomi? Oltretutto, alcuni di questi non vendono un disco neanche a piangere, e spesso si tratta di ragazzotti e ragazzotte comuni, privi di vero talento.
Carlo Conti ha pubblicamente spesso lamentato a Sanremo 2017 la scarsità di rapper, pur avendone ben tre in gara: di cui uno, Raige, ignoto alle grandi platee televisive (non che l’altro, il partenopeo Clementino, lo sia di più, intendiamoci). Forse, il più famoso del trio sanremese è Nesly, già fratello di Fabri Fibra, il ‘padre’ dei rapper made in Italy.
Un chiarimento: il rap con la tradizione e la storia della musica italiana non ha nulla a che vedere. È un genere che non ci appartiene per nulla. E allora, perché non dare spazio a rotazione su ben tre Festival consecutivi anche al blues, al soul, al gospel, jazz e country? Purtroppo stili tutti assenti.
A Sanremo 2017 mancano i gruppi: possibile – anche solo sul versante propriamente statistico – che i New Trolls (più correttamente detti ‘Notte New Trolls’ per via di ragioni legali), i Dirotta su Cuba, i Tazenda, i Jalisse e molti altri gruppi che si sono presentati su un totale di ben 144 domande di ammissione pervenute alla Commissione del Festival avessero tutti brutte canzoni? Non lo credo per nulla. Evidentemente devono esserci ragioni che esulano dalla musica e che a noi poveretti del pubblico e della critica non è dato conoscere.
A Sanremo mancano le etichette indipendenti: circa il 50% degli artisti in gara sono legati alla Sony Music. Seguono, con quote ben inferiori, Universal Music e Warner Music. A Sanremo fra i Big assenti gli artisti della Sugar di Caterina Caselli: l’unica, vera major del disco made in Italy. È la prima volta che succede in vent’anni. Eppure di cantanti veri ne ha diversi in scuderia.
Ma c’è di più. Su 22 big in gara, ben sette provengono da talent show come X Factor, The Voice, Amici: il Big, per poter essere reputato tale, non è colui che ha successo in tv, bensì chi possiede un repertorio di successi discografici veri e duraturi negli anni. E questo non è certo il caso dei vari giovincelli, per lo più senz’arte né parte, che Conti da tre anni a oggi si ostina a portare al Festival.
A Sanremo manca la vera musica nazionalpopolare: quella che ha scritto pagine di evergreeen senza tempo e che domina piazze e teatri. Carlo Conti, evidentemente, ignora i vari Fausto Leali, Umberto Tozzi, Eugenio Finardi, Andrea Mingardi, Peppino di Capri, Mario Venuti, Luca Barbarossa, Aleandro Baldi tra i cantautori italiani.
Ma anche Gigi Finizio, Sal Da Vinci (la cui esclusione dal Festival ha scatenato le ire di Renato Zero, che ha collaborato suo nuovo album appena uscito) e Nino D’Angelo, per quanto concerne i cantautori propriamente partenopei.
O le grandi voci femminili come Antonella Ruggiero, Fiordaliso, Marina Rei, Spagna, Mariella Nava, Gerardina Trovato, Marcella Bella, Anna Oxa, Silvia Mezzanotte e Loredana Bertè, tanto per citarne alcune.
Chi sceglie, invece Conti? Di nuovo Bianca Atzei, che come una sorta di prezzemolo musicale impazza dappertutto pur non piacendo, e risultando persino invisa alle platee del web e della tv, stanche e stufe di tanta mediatica e ingiustificata imposizione.
Approfondiamo. E qui viene il bello: negli ultimi tre Festival di Conti, è facile rilevare alcune (chiamiamole così, per delicatezza) ‘coincidenze’, che esporrò quali dati di fatto oggettivi e da tutti autonomamente rilevabili, senza dare giudizi.
A Sanremo, con Conti, sono spesso presenti Big i cui concerti sono organizzati per lo più da un fortissimo player di mercato: Fepgroup (acronimo di Friends & Partners), nota agenzia milanese guidata da Ferdinando Salzano, la stessa che organizza il SuperTour Pieraccioni-Conti-Panariello.
E il media partner dei tour di questi artisti, indovinate un po’ chi è? Rtl 102.5 il cui presidente, Lorenzo Suraci, è anche titolare di un’etichetta indipendente di Bergamo, strapresente nei Sanremo ‘contiani’ che si chiama Baraonda Edizioni Musicali: etichetta per la quale incidono Bianca Atzei, The Kolors e Dear Jack (provenienti entrambi da Amici di Maria De Filippi).
Alla luce di quanto esposto, è possibile evincere come vi sia il forte rischio che il Festival possa diventare per alcuni cantanti ‘fortunati’ soltanto una tappa del piano marketing di quella che, di fatto, è un’evidente un intrigo di interessi più che una sana promozione della Musica Italiana.
Ecco spiegato, infine, perché qualcuno potrebbe oggettivamente pensare che i ‘Conti’ non tornano o tornano benissimo.

Maurizio Scandurra

giornalista e esperto di comunicazione musicale

7 febbraio 2017
Maurizio Scandurra