Interviste: Giulio Casale presenta "La Febbre"

Emarginazione e disagio i temi dell’opera in scena a Milano

Giulio Casale -

Grande successo per il debutto, al Teatro Litta di Milano, de "La Febbre", lo spettacolo di prosa cantata, scritto ed interpretato dal musicista e attore Giulio Casale ed in scena, con dodici appuntamenti, fino al 29 aprile. L’opera, per la regia di Francesca Bartellini, affronta il tema dei disagi sociali e racconta, attraverso monologhi originali, vite ed esistenze di uomini e donne, testimoni veritieri di situazioni spesso celate, ma di forte intensità emotiva. A far da sfondo allo spettacolo, le note dei brani del nuovo cd di Casale, "Dalla parte del torto". LoSpettacolo.it ha intervistato l’artista in esclusiva:

Giulio, qual è il significato di questo spettacolo? Perché "La Febbre"?

L’idea di base è quella di mostrare Milano quale simbolo del disastro culturale, antropologico e, quindi, filosofico che, ormai da tempo, caratterizza la nostra esistenza. E allora si fa leva sulle persone, tante purtroppo, che oggigiorno vivono ai margini della società, gente disadattata, con alle spalle storie dure, di vita trascorsa nella più totale sofferenza. "La Febbre" è appunto intesa quale reazione a tutto questo, perché è necessario trovare gli strumenti per riuscire a superare le situazioni di disagio.

Per meglio interpretare il forte tema dell’emarginazione sociale, tu e la produzione vi siete avvalsi della collaborazione degli operatori dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano, testimoni in prima linea di storie e vicende di questa umanità nascosta…

Sì, abbiamo chiesto al Comune di Milano di aiutarci in questo importante progetto culturale, basato innanzitutto sulla voglia e la necessità di ‘riscatto’ di chi sta al margine. Da ben intendere che non è stato chiesto alcun contributo in termini economici, ma solo un supporto a livello di ‘contenuti’. Personalmente ho trascorso molto tempo accanto a chi, per mestiere, si occupa della gestione e della cura dei tossicodipendenti, piuttosto che dei senza famiglia. Sono state esperienze forti, attraverso le quali sono poi riuscito a costruire il mio spettacolo.

In che modo è dunque possibile arrivare a superare determinati disagi sociali e l’attuale crisi antropologica? Qual è, in sintesi, la chiave di lettura de "La Febbre"?

Per prima cosa i problemi si superano uno ad uno, senza aspettare che sia il Comune di Milano, o di qualsiasi altra città, a far fronte a certe situazioni. L’egoismo, purtroppo, è il modello culturale che ha prodotto e che caratterizza l’inferno in cui viviamo. Non dobbiamo pensare all’assistenzialismo come la panacea di tutti i mali; è invece indispensabile l’idea di condivisione dei disagi altrui e di convivenza con essi, per arrivare a rispettare tutti i diritti umani.

"La Febbre" è uno spettacolo di prosa cantata, basato quindi sull’uso della parola e della musica…

Canto e narrazione diventano gli strumenti della drammaturgia, sono i due veicoli utilizzati per esprimere l’idea di fondo. Non si tratta di teatro-canto, bensì di un’opera teatrale vera propria, così come la critica l’ha definita. Io, nella fattispecie, non sono il narratore dello spettacolo, ma un personaggio. La mia presenza sul palco è intradiegetica.

Lo spettacolo può vantare una regista d’eccezione, Francesca Bartellini…

E’ stato molto interessante, oltre che piacevole, lavorare con Francesca. Lei non ha grande esperienza di teatro italiano, il suo è più uno stampo parigino o londinese; subito si è stupita di quante censure esistano in Italia. In generale, abbiamo lavorato per il piacere di fare dell’arte. Abbiamo pensato di realizzare la cosa migliore che potessimo fare. Il successo che stiamo avendo in teatro è un riscontro molto importante.

Manuela Pirola

14 aprile 2012
Manuela Pirola