Prosegue l’avventura del “Twittastorie”, il contest, promosso da Telecom Italia in collaborazione con Show Reel, volto a trasformare in cortometraggio la più suggestiva descrizione in 140 caratteri di Napoli, Roma e Genova. Mentre il gruppo videomaking The Jackal ha già reso disponibile sul canale YouTube di Telecom Italia il video del tweet di ZioPeX (primo classificato per la città partenopea), a Roma sono in corso le selezioni per decretare il secondo vincitore della sfida rivolta a tutti gli appassionati del web. Giudice d’eccezione per la tappa nella capitale il regista Cosimo Alemà, il quale si è così espresso ai microfoni de LoSpettacolo.it:
In qualità di affermato regista e video maker, qual è il suo approccio nei confronti di questa iniziativa?
Si tratta di un’idea che mi è sembrata da subito molto buona e che mi ha entusiasmato. Personalmente sono molto sensibile ai social network, che sfrutto parecchio anche in virtù del mio lavoro. In generale apprezzo ogni progetto che dia possibilità di espressione alle menti creative. Questo genere di contest è un modo semplice ed immediato per far sì che tutti coloro che vogliono esprimere la propria creatività possano, finalmente, avere voce in capitolo. Il web dà un forte spinta in tal senso.
Quali sono i criteri che applicherà per la selezione dei tweet che arriveranno copiosi?
Siccome credo sia difficile, se non impossibile, dar vita ad una storia compiuta in soli 140 caratteri, riserverò particolare attenzione al racconto di un momento, alla fotografia di un istante, al singolo ‘shot’ insomma. La descrizione più significativa in questo senso e più emozionante verrà premiata. La The Jackal ha conservato un approccio più documentaristico nella scelta del miglior tweet, io invece andrò alla ricerca di un momento ‘cinematografico’.
Quanto è difficoltoso realizzare un buon video? Del resto i cosiddetti video-spazzatura abbondano in rete…
Io sostengo sempre che tutto ciò che è di qualità, prima o poi, ha modo di emergere. Di fatto non è assolutamente semplice produrre video di alto livello. Credo che il miglior approccio al videomaking sia quello di un atteggiamento di modestia e onestà. Il prerequisito di fondo deve essere la naturale propensione verso la creatività e l’arte. L’errore che spesso oggigiorno si compie è quello di partire con la sperimentazione, che dovrebbe invece essere considerata il punto di arrivo. Purtroppo sono molti i prodotti privi una forma specifica.
Certo la tecnologia moderna agevola ogni tentativo di espressione artistica…
La tecnologia si è talmente avvicinata alle persone da essere considerata un fenomeno di massa, dando degli input ad una serie di contesti professionali. Inoltre, particolare non trascurabile, essa aiuta la gente ad esprimersi in modo non dispendioso. Lavoro nel campo del videomaking da ormai più di vent’anni. Al tempo ho investito diversi soldi per montare i miei primi video, realizzati con l’uso della moviola. Ora, invece, chiunque, con l’ausilio di un semplice laptop, può orgaizzare dei montati in breve tempo e con costi praticamente irrisori. Ciò a scapito, tavolta, della qualità, in quanto tutti vengono messi nelle condizioni di cimentarsi in produzioni artistiche di ogni sorta. La professionalità, però, è un’altra cosa.
Qual è, quindi, il consiglio che darebbe a chi desidera seriamente far strada nel mondo del videomaking?
Sicuramente quello di prestare attenzione alle varie fasi del lavoro. Dietro un buon video c’è sempre il supporto di un gruppo di persone, non di un singolo individuo. Il cinema, la pubblicità sono pieni di gente che pretende di fare tutto da sola; non funziona così. Ognuno dovrebbe avere il proprio ruolo e gestire le proprie competenze. Non è possibile saper fare tutto.
Da sempre lei è sostenitore del cinema straniero. Perché?
L’anno scorso ho prodotto un film, “At the end of the day”, con un cast interamente composto da attori stranieri. Il film ha avuto sicuramente più successo all’estero che in Italia. Purtroppo il limite della cinematografia italiana è quello di voler produrre film su misura per il nostro Paese, precludendo in tal modo l’esportazione di ogni genere di pellicola. Trovo questa mentalità assolutamente retrograda, perciò non riesco a sposare la causa italiana.
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